Non tutte le relazioni difficili sono caratterizzate da una patologia, ma molte scivolano in dinamiche disfunzionali che, se non riconosciute, prosciugano l’energia vitale dei partner.
In una coppia sana, l’interazione è fluida e basata sull’uguaglianza. Nelle dinamiche disfunzionali, i partner si incastrano in ruoli rigidi. Il modello più noto per descrivere questo fenomeno vede tre posizioni interscambiabili: colui che cerca di “aggiustare” l’altro, sentendosi utile solo se il partner ha bisogno di aiuto, il cosiddetto salvatore; colui che si sente impotente e oppresso, cercando qualcuno che si prenda cura delle sue responsabilità (la vittima) e colui che usa la critica, il biasimo e la rigidità per mantenere il controllo, ovvero il persecutore. Tuttavia, può accadere che i partner si scambino i ruoli freneticamente da cui il Salvatore, stanco di non essere gratificato, diventa Persecutore (“Dopo tutto quello che ho fatto per te!”), spingendo l’altro a passare da Vittima a nuovo Persecutore. Tutto questo può accadere quando l’identità di una persona è totalmente fusa con quella del partner.

La felicità dell’uno dipende esclusivamente dall’umore dell’altro. Si smette di dire “io” per un “noi” che però è soffocante e privo di confini sani. Oppure quando invece di affrontare il conflitto, uno dei partner si chiude in un silenzio punitivo. Non è un bisogno di spazio per riflettere, ma un muro eretto per ferire o manipolare l’altro, lasciandolo in uno stato di ansia e abbandono. In queste coppie non esiste la gratuità. Ogni gesto, favore o errore viene segnato in un registro invisibile e usato come moneta di scambio o arma di ricatto durante le discussioni. “Io ho fatto questo per te nel 2019, quindi ora tu devi fare questo per me”.
Molti si chiedono perché sia così difficile interrompere una dinamica disfunzionale. La risposta risiede spesso nel rinforzo intermittente. Proprio come nel gioco d’azzardo, il partner non è sempre “cattivo”. Esistono momenti di estrema tenerezza e connessione. Questa alternanza crea però una dipendenza biochimica: il cervello resta in attesa della prossima “dose” di affetto, rendendo la persona disposta a sopportare lunghi periodi di sofferenza pur di riavere quel picco di euforia. Cosa fare allora?
Innanzitutto è importante recuperare i propri hobby, spazi e opinioni indipendenti dal partner. E poi è necessario imparare ad esprimere i propri bisogni con frasi che iniziano con “Io sento che…” anziché con accuse che iniziano con “Tu fai sempre…”. E in ultimo, smettere di cercare di cambiare l’altro e concentrarsi sull’unica persona su cui si ha potere: se stessi.
L’amore è un moltiplicatore, non un sottrattore. Se la relazione richiede costantemente di rimpicciolire chi sei per poter funzionare, non è una sfida di coppia, è un segnale di stop.




