Tutti noi abbiamo provato, almeno una volta, quel brivido di ansia prima di un colloquio di lavoro o la paura di essere giudicati a una festa. Ma cosa succede quando questo timore diventa il timone che guida ogni nostra scelta? Quando il desiderio di stare con gli altri si scontra con una paura paralizzante di essere rifiutati? Questo è il cuore del Disturbo Evitante di Personalità, da non confondere con la semplice timidezza.
Il DEP non è un semplice tratto del carattere, ma un quadro psicologico profondo caratterizzato da tre pilastri fondamentali: una tendenza costante a ritirarsi dalle situazioni interpersonali; la convinzione radicata di essere socialmente inetti, poco attraenti o inferiori agli altri; un’attenzione particolare verso ogni minimo segno di critica o disapprovazione.
Se l’introverso sta bene da solo e non soffre necessariamente per la mancanza di socialità, l’evitante vorrebbe disperatamente avere relazioni strette e partecipare alla vita sociale, ma ne è terrorizzato. Vive un conflitto costante tra il bisogno di affetto e la paura del rifiuto. Ciò lo induce a costruire una sorta di corazza finalizzata a proteggersi dal dolore emotivo. E così, si rifiutano promozioni o incarichi che comportano troppi contatti con gli altri. Oppure si tende ad evitare le attività nuove per timore di apparire goffi o restare imbarazzati. Fino a provare difficoltà ad entrare in intimità a meno che non si sia certi di piacere al 100%. In tutti questi casi, il rischio di essere giudicati appare così catastrofico che l’unica soluzione sicura sembra essere quella di non giocare affatto la partita.
Alla base del disturbo non esiste una singola causa, ma un intreccio di fattori: una naturale predisposizione all’inibizione fin dall’infanzia, storie di rifiuto da parte dei genitori o bullismo durante l’età scolare, bambino impara che “mostrarsi” equivale a essere ferito, e porta questa lezione nell’età adulta.
La buona notizia è che la personalità non è scolpita nella pietra. Riconoscere che la propria inadeguatezza è una percezione distorta e non un dato di fatto è il primo passo per tornare a respirare insieme agli altri. In tal senso, un buon sostegno di tipo psicologico può aiutare la persona a sfidare i pensieri critici verso se stessi, esporsi gradualmente alle situazioni temute e sviluppare abilità sociali per sentirsi più competenti. Delle volte, il supporto farmacologico può essere utile per gestire l’ansia invalidante che accompagna il disturbo, permettendo alla persona di affrontare il percorso terapeutico con più serenità.




