Il figlicidio-suicidio è un fenomeno che la criminologia e la psichiatria definiscono come una delle forme più estreme di rottura del legame umano.
Non è quasi mai un atto di violenza sadica, ma l’esito tragico di una distorsione cognitiva in cui la morte viene vissuta come l’unica soluzione possibile a un dolore intollerabile. Lo psichiatra Phillip Resnick ha identificato diverse motivazioni dietro il figlicidio. Nel caso del suicidio allargato, le più comuni sono:
Figlicidio Altruistico: È la motivazione più frequente. Il genitore uccide i figli per “salvarli” da una sofferenza reale o immaginaria (povertà, malattie, un mondo percepito come crudele). Psicosi Post-Partum o Grave Depressione: Il genitore agisce sotto l’influenza di deliri o allucinazioni. Non distingue più il bene dal male perché la sua capacità di giudizio è annullata dalla malattia.
Quando invece il suicida non riesce a concepire la propria fine senza includere le persone che ama di più si parla di suicidio allargato. In questi casi Il figlio è visto come una parte di sé (estensione narcisistica). Se il “Sé” deve morire, deve morire anche la sua parte più cara. Il genitore teme che, dopo la sua morte, i figli rimarranno soli, abbandonati o affidati a mani crudeli. La morte diventa un modo per “stare insieme per sempre”.

Spesso queste tragedie sono precedute da quello che viene chiamato “il grido silenzioso”: la donna (o l’uomo) si sente schiacciata dal peso della genitorialità senza una rete di supporto. Frasi come “Sarebbe meglio se non fossimo mai nati” o “Presto tutto questo finirà” sono tipiche ideazioni di morte. Esiste poi una sorta di pianificazione rituale. il vestire i bambini in modo particolare o mettere ordine in casa indica una mente che sta già vivendo nel “dopo”.
In estrema sintesi, il figlicidio-suicidio è il fallimento supremo dell’istinto di sopravvivenza e di protezione, dove la mente umana, nel tentativo di fuggire a un’angoscia estrema, trasforma il gesto più terribile nell’unico atto d’amore possibile ai suoi occhi.




