Il caso dell’omicidio di Chiara Poggi (Garlasco, 2007) è uno dei più complessi della cronaca nera italiana, non solo per l’iter giudiziario, ma per l’incrollabile posizione della famiglia della vittima. Il rifiuto dei Poggi di accettare piste alternative a quella di Alberto Stasi, in particolare quella riguardante Andrea Sempio (amico del fratello di Chiara), risponde a dinamiche psicologiche profonde e protettive: quali?
Dopo anni di processi, perizie e stress mediatico, la mente umana sviluppa un bisogno viscerale di certezza.
La condanna definitiva di Alberto Stasi ha fornito ai genitori un “punto finale”. Accettare un nuovo sospettato significherebbe riaprire una ferita traumatica e ammettere che il percorso di giustizia fatto fino a quel momento è stato fallace. Va oltremodo aggiunto che ricominciare da capo a livello emotivo e processuale richiede un’energia che, dopo decenni, una famiglia colpita dal lutto spesso non possiede più. Senza considerare che una volta che una persona (o una famiglia) si convince della colpevolezza di qualcuno, il cervello tende a valorizzare ogni prova contro Stasi (come la mancanza di sangue sulle scarpe o i pedali della bici); considerare le nuove prove (come il DNA sotto le unghie di Chiara attribuito a Sempio dalla difesa Stasi) come manovre distratorie o “inquinamenti” procedurali.
C’è poi da aggiungere che in questi casi si ripone una fiducia totale nello Stato. Pertanto, per la famiglia Poggi accettare la tesi “Sempio” significherebbe accettare che lo Stato abbia fallito, condannando un innocente e lasciando un colpevole libero per anni.
Psicologicamente, la famiglia si è fusa con la tesi della Procura. Cambiare idea equivarrebbe a “tradire” quel sistema che, seppur tardi, ha dato loro una risposta ufficiale.
Ma qual è in questi casi il ruolo del trauma e della memoria?
Andrea Sempio era un frequentatore della casa, un amico. L’idea che il male potesse provenire da un “insospettabile” già integrato nella cerchia amicale, ma diverso dal fidanzato (su cui si sono concentrate le proiezioni iniziali di rabbia), è destabilizzante.
Spesso è più facile accettare come colpevole la figura su cui si è già strutturato l’odio e il risentimento per anni, piuttosto che spostare tale carico emotivo su un nuovo bersaglio.
In sintesi, il rifiuto non è necessariamente una negazione della realtà scientifica, ma una misura di salvaguardia emotiva. Accettare Sempio significherebbe ammettere che Chiara non ha ancora avuto giustizia e che il dolore degli ultimi vent’anni è stato basato su una narrazione errata. Per la psiche di un genitore, questo scenario può essere più insopportabile della possibilità che un innocente sia in carcere.




