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La psicologia del sadismo

Pubblicato da amministratore on 26 Aprile 2026
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  • Psicologia
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violenza sulle donne giornata mondiale

Il sadismo, definito come la derivazione di piacere o gratificazione dalla sofferenza altrui, è stato a lungo confinato nell’ambito delle parafilie sessuali.

Tuttavia, recenti evidenze empiriche hanno introdotto il concetto di “sadismo quotidiano” (everyday sadism), integrandolo nella Tetrade Oscura della personalità. Questo articolo analizza i meccanismi di ricompensa neurale, le funzioni adattive e le distinzioni cliniche tra sadismo vicario, sessuale e comportamentale.

Il termine trae origine dal Marchese de Sade e descrive una costellazione di comportamenti volti a infliggere dolore, umiliazione o terrore. In ambito clinico, si distinguono due manifestazioni principali: Disturbo da Sadismo Sessuale – condizione in cui l’eccitazione è legata alla sofferenza non consensuale dell’altro (classificato nel DSM-5); Sadismo Vicario o Quotidiano – tendenza a trarre piacere dalla visione di film violenti, videogiochi brutali o dall’umiliazione sociale degli altri, senza una componente necessariamente erotica (Buckels et al., 2013).
A differenza della psicopatia, caratterizzata da un deficit di empatia, il sadico possiede spesso un’empatia cognitiva intatta: comprende perfettamente il dolore della vittima, ma la valutazione affettiva di tale dolore è invertita.

Studi di risonanza magnetica funzionale (fMRI) mostrano che la vista della sofferenza altrui in individui con tratti sadici attiva le aree deputate al rilascio di dopamina (corpo striato e nucleo accumbens), indicando che la sofferenza altrui è processata come uno stimolo appetitivo, unitamente alla amigdala -ghiandola coinvolta nell’elaborazione emotiva, che risponde intensamente ai segnali di paura della vittima, rinforzando l’eccitazione del sadico. Recenti ricerche suggeriscono che livelli elevati di testosterone combinati con bassi livelli di cortisolo possano predisporre a comportamenti dominanti e aggressivi di natura sadica, riducendo la sensibilità alla minaccia e aumentando la ricerca di dominanza.

Negli ultimi dieci anni, il sadismo è stato aggiunto alla triade composta da Narcisismo, Machiavellismo e Psicopatia. Nel primo caso il sadismo serve a sentirsi onnipotenti, nel caso del machiavellismo il sadismo gode invece del processo di sottomissione. Una sorta di manipolazione strumentale. Nella psicopatia, invece, il sadismo aggiungerebbe il piacere attivo nel danno.
Concludendo, il sadismo rappresenta una deviazione del sistema di ricompensa umano dove la sintonizzazione empatica viene utilizzata per massimizzare il piacere personale anziché promuovere la coesione sociale. Comprendere la transizione dal sadismo “benigno” (come il piacere per la vendetta nei film) al sadismo comportamentale è cruciale per la prevenzione della violenza interpersonale e lo sviluppo di strategie terapeutiche mirate alla regolazione degli impulsi.

Il disturbo da lutto prolungato

Il sadismo quotidiano

Il sadismo quotidiano (everyday sadism) rappresenta una delle frontiere più interessanti della psicologia della personalità moderna. A differenza del sadismo clinico o criminale, non implica necessariamente un atto di violenza fisica estrema, ma si manifesta in comportamenti socialmente accettabili o “sotto-soglia”. Nella pratica, mentre uno psicopatico potrebbe ferirti per rubarti il portafoglio (fine utilitaristico), il sadico quotidiano potrebbe farti un commento crudele solo per vedere la tua espressione ferita (fine edonistico).

Quest’ultimo si nasconde spesso dietro comportamenti che la società tende a tollerare o a razionalizzare: molte persone che postano commenti provocatori o offensivi online lo fanno per il puro piacere di scatenare una reazione emotiva negativa o vedere il caos, generando quello che viene definito cyberbullismo o trolling; altri mostrano invece un interesse sproporzionato per gli incidenti violenti, i video di “fail” in cui le persone si fanno male seriamente o la partecipazione a sport di combattimento estremi (come spettatore) per la speranza di vedere un KO brutale; c’è poi il superiore, che umilia pubblicamente un dipendente non per correggere un errore, ma per il piacere di esercitare potere e vedere il disagio altrui. Oppure c’è chi manifesta una preferenza spiccata verso stili di gioco che massimizzano la sofferenza dei personaggi non giocanti (NPC), oltre quanto richiesto dagli obiettivi del gioco.

Uno degli studi più famosi che isola il sadismo quotidiano è quello di Buckels (2013), il quale propone al campione prescelto una scelta forzata tra diversi compiti spiacevoli. Ai partecipanti veniva chiesto di scegliere tra: l’uccisione di piccoli insetti (bacherozzi) in un macinacaffè modificato, aiutare lo sperimentatore a uccidere gli insetti, pulire bagni sporchi o sopportare il dolore fisico (acqua gelata).

Coloro che avevano ottenuto punteggi alti nei test sul sadismo sceglievano prevalentemente di uccidere gli insetti. Molti di loro riferivano di aver provato piacere nel compito e, se avessero potuto scegliere di nuovo, avrebbero scelto di ucciderne ancora di più. Questo dimostra che per la maggior parte delle persone, infliggere dolore genera dissonanza cognitiva o disagio empatico.

Per il sadico quotidiano, il processo di “disimpegno morale” è facilitato dal fatto che il piacere derivato dalla dominanza supera il costo del senso di colpa. È opportuno pertanto operare una distinzione cruciale: “ti picchio perché mi hai offeso” (aggressione reattiva); “ti picchio per prenderti i soldi” (aggressione strumentale); “Ti picchio perché vederti soffrire mi fa stare bene” (Ricompensa tipica dell’aggressione sadica).
Ma chi è, in definitiva, il sadico quotidiano? Spesso è una persona che ha un’alta empatia cognitiva (capisce cosa provi) ma una bassa empatia affettiva (non soffre con te); Punteggia alto nella Tetrade Oscura; Utilizza il sarcasmo pesante o la “sincerità brutale” come scudo per nascondere la propria crudeltà. Ciò suggerisce che la crudeltà non sia un’esclusiva dei “mostri” da cronaca nera, ma una variabile distribuita nella popolazione. La domanda che la psicologia si pone oggi è: quanto la cultura digitale, che permette l’anonimato e la deumanizzazione dell’altro, stia incentivando l’espressione di questi tratti sadici latenti?

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