Si sente spesso dire che la cannabis sia una “droga leggera“. Tuttavia, la scienza è sempre più convinta che per alcuni ragazzi non è affatto così. Esiste un legame stretto tra l’uso di marijuana ed esordio psicotico precoce, una condizione in cui si perde il contatto con la realtà, con allucinazioni o deliri.
Ma perché alcuni ragazzi fumano per anni senza problemi e altri invece si ammalano gravemente dopo pochi mesi? La risposta sta in un mix tra DNA e ambiente.
Va detto innanzitutto che la cannabis e la marijuana che circolano oggi non sono quelle degli anni ’70. Attraverso selezioni di laboratorio, il livello di THC (il principio attivo che sballa) è aumentato enormemente. Se prima la concentrazione era del 4%, oggi si arriva facilmente al 20% o 30%, senza considerare le sostanze da taglio sintetiche aggiunte. Questa potenza d’urto può letteralmente “mandare in tilt” il cervello di un adolescente, che è ancora in fase di crescita. Non si tratta di fare allarmismo, ma di capire che il cervello non è uguale per tutti. Conoscere la propria fragilità e capire che la cannabis ad alta potenza è un potente modificatore biologico può fare la differenza tra una crescita sana e l’incontro con una malattia mentale cronica.
Quando ci si trova di fronte a una situazione di questo tipo — che si tratti di un sospetto esordio psicotico o di un consumo di cannabis che sta sfuggendo di mano — il fattore tempo è fondamentale. Autorevoli studi hanno dimostrato che intervenire precocemente (entro i primi 2 anni dai sintomi) migliora drasticamente la prognosi a lungo termine.
Se un giovane inizia a isolarsi, ha reazioni emotive strane, esprime pensieri bizzarri o sospettosi (paranoia) e fa uso di cannabis è opportuno sospendere immediatamente il consumo. È il primo passo necessario per capire se i sintomi sono causati solo dalla sostanza o se è in atto un processo psicotico indipendente. Se invece la persona è in preda ad allucinazioni, deliri o comportamenti aggressivi/pericolosi sarebbe opportuno non tentare di gestire la crisi da soli se c’è pericolo per il soggetto o per gli altri. Il personale medico sa come de-escalare la situazione. In ospedale è fondamentale segnalare l’uso di cannabis (e specificare se si sospetta sia ad alta potenza o sintetica), perché questo aiuta i medici a scegliere la terapia farmacologica corretta.
La scienza ci dice che “dare solo una pillola” non basta. Un intervento efficace prevede: utilizzo di antipsicotici a bassi dosaggi per riequilibrare la dopamina (proprio per compensare quel gene COMT “lento” di cui parlavamo); Per aiutare il ragazzo a riconoscere i pensieri distorti e gestire l’ansia senza ricorrere alla sostanza; Supportare i genitori è cruciale. La famiglia deve imparare a comunicare senza aumentare lo stress (che è un trigger per le ricadute). Se il consumo di cannabis è compulsivo, il supporto di un centro specializzato per le tossicodipendenze è essenziale per evitare recidive.
In conclusione, va evidenziato con forza che la psicosi non è una condanna definitiva. Se presa in tempo, molte persone tornano a una vita sociale, lavorativa e affettiva piena. Il rischio maggiore è l’attesa.




